”Parole mie”: racconti sul tema delle migrazioni

La vita ritrovata

Sono Chimamanda ho 16 anni e vengo dalla Siria, oggi voglio raccontarvi la mia storia, non preoccupatevi sono viva, ho perso tutto ma sono viva, adesso penso solo a rifarmi una vita, anche se questi anni rimarranno sempre impressi dentro di me. Sarà proprio questo ricordo a mandarmi avanti, se ho superato delle difficoltà così grandi posso affrontare qualunque cosa. Adesso nulla è impossibile per me. Così avrebbe detto mia madre.

Come vi ho già detto, vengo dalla Siria un paese che è sempre stato in guerra. Da quando ero piccola, io e i miei genitori abbiamo tentato di scappare e finalmente ci siamo riusciti quando avevo 10 anni. E dico finalmente perché ero stanca dei bombardamenti ero stanca di provare una paura incredibile al suono di uno sparo, stanca di rischiare la vita sia io che i miei genitori.

Abbiamo attraversato, tutti e tre, a piedi una parte della Siria. Durante questo viaggio mio padre ci stava intorno come una guardia per proteggerci, purtroppo mentre camminavamo un soldato schiacciò il grilletto della pistola e lo colpì, uccidendolo: in quel momento per me si fermò il tempo, come a rallentatore vidi il proiettile dirigersi verso papà che mi guardò con uno sguardo consapevole ma al tempo stesso felice per la visione della propria figlia. Papà cadde a terra e mi guardava, mi guardava con il volto con cui mi aveva sempre guardata anche da piccola, mi gettai in lacrime a terra vicino a lui e mi sussurrò la sua ultima frase: “Non perdere la speranza, Chimamanda ricorda che la speranza è sempre l’ultima a morire”. Non volevo andare via da là ma mamma mi prese in braccio e mi portò via, io rimasi a guardare papà mentre ci allontanavamo, anche mamma soffriva tanto ma sapeva che doveva apparire forte. Siamo arrivati nel luogo dell’appuntamento, c’era una jeep ad attenderci. Abbiamo pagato delle persone, mamma mi diceva che erano suoi amici e che ci avrebbero portato in Italia.

L’automobile pian piano si riempì. Eravamo tantissimi mi sentivo soffocare. Siamo state là sopra per parecchi giorni. Abbiamo attraversato il deserto. Mi sono sentita disprezzata da tutti, un peso in più su quella jeep. Vidi scene orrende in quei giorni, persone che cadevano in mezzo al deserto, persone che morivano di sete. Fortunatamente siamo arrivate in Libia dove abbiamo preso un barcone. Avevo sempre sognato di salire su una barca, ma diciamo che questa non era proprio la barca dei miei sogni. Quel barcone però mi avrebbe, nonostante tutto, salvato la vita. Ho compiuto i miei 12 anni lì, mia mamma era lì con me e mi promise che quando saremmo arrivate avrebbe fatto la mia torta preferita. Mancavano ormai pochi giorni all’arrivo in Sicilia. Ad un certo punto durante il viaggio mia madre fu spinta in acqua da qualcuno, cercava di nuotare ma non ce la faceva, mi urlò “Chimamanda, ricorda sempre che niente è impossibile”.

Era finita, ero rimasta sola, non avevo più niente. Continuavano a risuonarmi in testa le frasi delle persone che più amavo al mondo e che non erano più con me. Mi aiutarono ad andare avanti, ma in quel momento per me era la fine del mondo. Arrivata in Sicilia sono scappata a Napoli, intrufolandomi ovunque. Ora sono quattro anni che sto a Napoli. Mi sto rifacendo una vita, ma ho sempre in mente le frasi dei miei genitori che mi hanno accompagnata e mi accompagneranno per tutta la vita.

Ilaria Sberno, II C

Cercasi Libertà

Migranti: cacciatori di sogni che lasciano il proprio paese in cerca di maggior benessere economico, sociale o di conoscenza. La migrazione è un fenomeno sempre esistito, che ha caratterizzato tutto il mondo e continuerà a farlo per sempre. Non bisogna infatti pensare che le migrazioni riguardino solo gente disperata che proviene dai paesi in guerra o in via di sviluppo. Chiunque può avere la necessità di lasciare il proprio Paese: i giovani che hanno studiato, per intenderci, quelli che hanno una Laurea e un Dottorato e cercano un lavoro o gli anziani con una pensione bassa, che non ce la fanno a vivere con quei soldi e quindi emigrano in paesi in cui il costo della vita è più basso.

Alira sarebbe stata una delle tante donne immigrate che vivono qui in Europa, se non fosse morta durante il viaggio dal Nord della Nigeria verso l’Italia. Nel 2012, infatti, è stata costretta a partire a causa della guerriglia e degli scontri che le hanno portato via gran parte della sua famiglia, infatti se soltanto si usciva di casa, si rischiava di essere uccisi. Contattò un trafficante che per € 520 avrebbe dovuta portarla fino in Libia su un camion, da lì avrebbe dovuto imbarcarsi su un barcone diretto verso le coste italiane. Quell’uomo non la portò però a destinazione ma soltanto al confine con il Paese. Lì fu rinchiusa insieme ad altre persone in una specie di prigione, dalla quale non potevano andare via, finché non avrebbero avuto i soldi necessari per continuare il percorso. Rimase in quel luogo per circa due mesi in condizioni penose: uno o due bicchieri d’ acqua e 50 g di riso al giorno, talvolta quelle guardie crudeli picchiavano o uccidevano qualcuno che si lamentava o si ribellava per quelle terribili condizioni.

Arrivati i soldi, Alira ed altri uomini, donne e bambini risalirono su quel vecchio furgone d’acciaio, per ripartire. Era estate, lì dentro faceva caldissimo e per questo, di volta in volta, c’era sempre qualcuno che sveniva o si sentiva male. Alle soglie del Deserto si fermarono per la seconda volta in un altro centro di accoglienza che sembrava una prigione. Alira si sentiva persa, le mancava la sua famiglia e si sentiva umiliata dalle continue offese di quei trafficanti senza scrupolo. Dopo circa un mese, Alira ripartì da quel posto su una Jeep su cui salirono in tantissimi, furono ammucchiati nella parte scoperta del veicolo, molti morirono nel tragitto, date le condizioni pessime, altri caddero dalla macchina e non furono più “ripescati”. Il viaggio durò una settimana, notte e giorno ad eccezione di brevi pause. Ai confini con la Libia i trafficanti li “abbandonarono” e i sopravvissuti dovettero proseguire a piedi, vennero fermati dalla polizia libica, alcuni di loro corruppero le guardie per passare, altri furono arrestati e mandati in prigione.

Alira insieme ad altre 15 ragazze fu portata da una donna in un appartamento nel quale visse di nascosto, nell’attesa di racimolare i soldi necessari per pagare il viaggio su una vecchia imbarcazione abusiva guidata dai trafficanti.

Dopo circa 3 mesi, Alira riuscì a procurarsi il denaro necessario per continuare il viaggio per          l’Italia. Una quindicina di giorni più tardi, salì su un gommone e partì, lasciandosi alle spalle il suo passato. A poche miglia dalla costa italiana, i trafficanti buttarono in mare tutti i viaggiatori. Molti, tra cui la stessa Alira, morirono. Sopravvissero in pochissimi. Questa non è solo la storia di Alira ma quella di tanti migranti che ogni giorno attraversano il Deserto e il Mediterraneo, sognando una vita migliore.

Gioia Lo Presti, II C

La Fuga di Fatima

Si scappa, si scappa sempre.

Molti Paesi sono dilaniati da guerre e le persone sono costrette a fuggire dalle proprie case lasciando famiglie, mogli, mariti, figli, amici. Non tutti riescono ad arrivare sani e salvi alla meta: il viaggio è molto lungo, dura giorni e giorni, mesi, in alcuni casi. Bisogna oltrepassare il deserto, superare il filo spinato, i controlli, il mare, la fame, la sete e la propria paura.

Sono Fatima, una ragazza di dodici anni e vengo dall’Afghanistan, sono scappata dal mio Paese per costruire un futuro migliore, quando ne avevo solo sette. Il viaggio è stato molto lungo, soprattutto il tragitto via mare, per arrivare in Sicilia abbiamo attraversato le acque libiche su un barcone molto grande: eravamo in tantissimi, penso 150 persone o anche di più.

Ho conosciuto una ragazza della mia stessa età, si chiamava Adila, lei purtroppo non è riuscita ad arrivare in Italia perché le correnti del Mar Mediterraneo le hanno strappato la vita: ho sofferto davvero tanto ma non mi sono mai arresa. Dovevo proseguire. Adila non è stata l’unica a morire, circa la metà di noi non ce l’ha fatta. Non si riusciva a respirare, eravamo ammassati l’uno sull’altro e c’era odore di morte. Alcune notti il mare era agitato e le onde erano molto alte, io avevo una paura tremenda ma fortunatamente non ero seduta sul bordo della barca, diversamente da alcuni che lì, in quelle acque, ci hanno lasciato la pelle.

Oggi, quando vado in giro per strada, sento che la gente mi guarda perché non sono nata in Italia, questa cosa mi fa sentire a disagio. A scuola vengo un po’ messa da parte dai miei compagni, tutti loro hanno un cellulare e io no, non appartengo a una famiglia benestante, ce la caviamo appena; il pomeriggio non esco mai con gli amici e forse anche questo è un motivo per cui non vengo accettata, preferisco leggere o fare i compiti. A volte, del resto, impiego ore intere, visto che ancora non sono bravissima con la lingua. Mi reputo comunque una ragazza molto fortunata perché non tutti hanno avuto il coraggio e la forza di superare il distacco dal proprio Paese e la fatica, i pericoli, la paura della lunga traversata.

Tutti i miei familiari sono riusciti miracolosamente a salvarsi e per questo sono grata a tutte le persone che mi hanno aiutato dal cielo, dalla terra e dal mare. Auguro “buona fortuna” a tutti coloro che dovranno affrontare una situazione come la mia! Vorrei dire loro di non preoccuparsi se il viaggio sembrerà interminabile, perché alla fine del buio c’è sempre la luce.

Elena Ortolani, II C

Mio nonno profugo

Mio nonno Gregorio è nato a Rodi in Grecia nel 1941 da una famiglia povera durante la seconda guerra mondiale. Gli italiani e i tedeschi invasero il paese nativo di nonno, mettendo in difficoltà gli abitanti del posto e rendendoli ancora più poveri, anche se per certi versi portarono, almeno gli italiani, migliorie nella vita di tutti i giorni, come le scuole. Per questo, almeno nella piccola realtà dell’isola di Rodi, il ricordo di Mussolini era buono.

Nonno, durante i bombardamenti, si riparava in luoghi più sicuri per mettersi in salvo. Non essendo la sua famiglia ebrea, non fu deportato nei campi di concentramento e finita la seconda guerra mondiale, gli fu data la possibilità di scegliere se vivere in Italia o restare nel loro paese.

La famiglia di nonno Gregorio accettò volentieri e si trasferì in cerca di una vita migliore.

Quando la guerra era ancora in atto si viveva pressati dalla paura e dalla tristezza, ma anche con la speranza di un futuro più sereno, una volta finita.

Giunti in Italia, furono trasferiti provvisoriamente nel campo profughi di Aversa, in Campania.

Lì vivevano in casette prefabbricate in attesa di un alloggio definitivo. Passavano la giornata a giocare all’aria aperta. Uno dei giochi consisteva nel prendere un bastone, tagliarlo alle estremità, fissarci una ruota e correre dietro ad essa. Oppure giocavano a Nizza, con un bastone si doveva colpire un oggetto appuntito per farlo sollevare e poi colpire di nuovo per lanciarlo lontano: vinceva chi lo mandava più lontano. Questi sono alcuni dei giochi di un tempo, ma ce n’erano molti altri come il gioco dei tappi, le bambole di pezza, la fionda o qualunque cosa suggerisse la fantasia.

Al campo profughi nonno restò per ben due anni. Dopo gli fu assegnata una casa definitiva a Roma, che permise a lui e alla sua famiglia di vivere finalmente in maniera dignitosa sicura.

Lui diventò più maturo, più sorridente e socievole rispetto agli anni della guerra, riuscendo a “vedere” il mondo esterno con ben altri occhi. Era felice di stare lì e di vivere in tranquillità, perché fin dalla nascita non era stato così.

Dopo questi lunghi anni nonno conobbe mia nonna e divenne felice, veramente felice a tutti gli effetti.

Una curiosità: anche il padre di mio nonno, ovvero il mio bisnonno, che non ho mai conosciuto, era a sua volta profugo, in quanto armeno, fuggì da solo a circa sedici anni dalla Turchia a causa della persecuzione degli Armeni ad opera dei Turchi, nei primi anni del Novecento. Rifugiatosi nella vicina Rodi, fece salva la sua vita e sposò una ragazza greca. Non rivide più la sua famiglia natale.

Alice Bellian, II C

Ricordi di una vita

Mi chiamo Elisa, ho ventisette anni e sono una giornalista italiana. Fin da giovane mi sono interessata alla vita e al destino dei migranti. Anch’io sono una migrante perché sono nata a Roma, ma ora vivo a Lampedusa. Mi sono trasferita qui, non solo per il mio lavoro, ma anche perché innamorata del paesaggio di questa magnifica isola. Io scrivo le storie delle persone che arrivano da altri paesi del mondo, qui, in Italia. Nel viaggio che affrontano, potrebbero perdere la vita: dura qualche mese, non possono portare i loro oggetti personali e viaggiano in condizioni disumane.

Ascolto le storie di ragazzi, adulti e anziani.

La prima storia che ho ascoltato e trascritto è quella di Youssaf: un ragazzo del Nord della Nigeria. Youssaf viveva con i suoi due fratelli, le sue tre sorelle e i suoi genitori in una vecchia casa ereditata da suo nonno. Puzzava di muffa, sulle pareti c’erano crepe, il soffitto perdeva acqua quando pioveva, era anche infestata dai topi. Per Youssaf, però, era la più bella del quartiere, tra l’altro alcuni suoi amici vivevano in casette di piccole dimensioni.

Durante il giorno frequentava la scuola ma sapeva che non ci sarebbe andato ancora a lungo, perché i maestri, minacciati frequentemente da un gruppo di terroristi, avevano paura di restare tra quelle mura. Dopo qualche giorno, infatti, non c’era nemmeno un maestro e Youssaf dovette lasciare la scuola. Passava il tempo a giocare con un pallone bucato insieme al suo migliore amico. Si chiamava Hassan e aveva la sua stessa età. Si conoscevano da piccolissimi ed erano diventati come due fratelli: inseparabili.

Per il suo undicesimo compleanno i suoi genitori gli regalarono, finalmente, un pallone nuovo. Youssaf era felicissimo e saltava dalla gioia, fino a quando accadde un tragico episodio: due guerriglieri portarono via la vita di suo padre.

Youssaf si sentiva in colpa: quel bruttissimo giorno suo padre non doveva andare al lavoro, ma lui aveva voglia di uscire di casa e fare una passeggiata, dopo tutto, sarebbe stato un modo per rompere la noia.

Ripensava continuamente a quel giorno terribile, camminavano tranquillamente, quando auel giorno Qrrivarono degli uomini armati, appartenenti ad un’organizzazione terroristica chiamata Boko Haram, lo guardarono dritto negli occhi e uno di loro sparò. Un solo colpo e nient’altro. Youssaf non seppe mai il perché, ma da quel giorno la sua vita cambiò completamente: iniziò a lavorare, era poco più di un bambino. Sua mamma non rideva più come prima ed oltretutto il cibo in tavola scarseggiava: anche lei e gli altri fratelli avrebbero dovuto trovare un lavoro.

Youssaf lavorò per alcuni anni ma sapeva di non poter continuare a lungo così, faticava terribilmente e guadagnava veramente pochissimo. Era un adolescente eppure sembrava già adulto. Pensò di scappare dalla Nigeria e andare in Europa per cercare un lavoro, anche se gli sembrava un sogno impossibile. Chiese ad Hassan se volesse accompagnarlo nel suo viaggio e lui accettò.

Dopo alcuni mesi, partirono senza dire niente ai propri genitori: sua madre non lo avrebbe lasciato andare. Sapevano che i trafficanti chiedevano molti soldi, quindi avevano messo da parte il più possibile. Youssaf si era portato solo un piccolo zainetto mal ridotto, due banane e una bottiglia d’acqua. Si svegliarono verso le cinque di una mattina torrida e iniziarono a camminare. Il viaggio doveva durare un mesetto e mezzo, ma così non fu. Dovettero attraversare il deserto su un piccolo camion con altre cento persone, quel vecchissimo furgone bollente pareva una pentola a pressione. Durante il viaggio incontrarono una ragazza: il suo nome era Zahrah aveva sedici anni, era alta e bella.

In due mesi riuscirono ad arrivare in Tunisia. Era il momento di attraversare il Mar Mediterraneo: il luogo di cui tutti gli anziani del villaggio parlavano con timore, perché tantissime persone erano morte annegate. Il viaggio superò in orrore le aspettative di Youssaf: Hassan perse l’equilibrio e cadde, nessuno si fermò. Pianse per molte notti la morte del suo migliore amico.

Furono giorni durissimi per tutti i viaggiatori. A metà strada il barcone si fermò, ma per fortuna uno dei due trafficanti riuscì ad aggiustarlo. Erano quasi arrivati a Lampedusa, quando la nave affondò. Youssaf non sapeva nuotare e cominciò ad andare a fondo, ma qualcuno, di cui lui stesso non conosce l’identità, lo afferrò, riportandolo a galla e salvandogli la vita. La prima volta che lo incontrai con le lacrime agli occhi mi disse: “Se oggi sono qui, è solo grazie al mio salvatore sconosciuto a cui sarò grato per sempre”.

Alessia Belluardo, II C

Una bambina coraggiosa

Alcuni anni fa nacque ad Aleppo una bimba di nome Alira, era l’ultima della famiglia, dopo le sue sorelle.

A circa 6 anni frequentò la Prima elementare, però l’anno successivo lasciò la scuola perché i genitori non avevano abbastanza soldi. Erano aumentate le tasse e quindi non potevano permettersi quasi niente, dovevano risparmiare per le cose più essenziali. Avendo una casa con un piccolo pezzo di terra erano riusciti a coltivare un orto per produrre cibo: coltivavano, patate, insalata e altre verdure. Dopo aver abbandonato la scuola, iniziò a lavorare per guadagnare un po’ di soldi per la famiglia, il suo lavoro consisteva nel pulire le case per circa 5 monete l’ora.

Nel marzo del 2011 scoppiò una guerra civile terribile che portò alla rovina la Siria. Alira e la sua famiglia decisero di scappare, si diressero così verso il Nord Africa, passando per il Deserto, il loro obiettivo era salire su un barcone diretto in Italia: volevano raggiungere l’Europa.

Durante il tragitto, la ragazza si ammalò, e non essendoci un medico, nessuno poteva dire se era grave o meno.

Arrivati in Libia salirono su un barcone, su cui c’era tanta gente, le condizioni erano terribili e, dopo qualche giorno, i genitori e le sorelle morirono per gli stenti della fame. Alira, rimasta sola sulla barca, non sapeva davvero cosa fare, era impaurita, pensava che tutto fosse perduto, ad un tratto ebbe un capogiro, poiché non stava bene, e finì in acqua.

Fu soccorsa da alcuni pescatori siciliani e venne portata velocemente dal medico che lavorava nell’ambulatorio dell’isola di Lampedusa, ma dopo pochissimi giorni, morì per la malattia infettiva contratta nel tragitto tra la Libia e la Tunisia. Per lei erano stati tempi molto brutti, però con coraggio aveva affrontato tutte le difficoltà: aveva lasciato un Paese in guerra, aveva attraversato il deserto, aveva anche sopportato una malattia, per questo i genitori l’avevano soprannominata LA CORAGGIOSA perché sapevano che, nonostante tutto, non si sarebbe mai arresa.

Giorgia Leggieri, II C

Io e mio fratello

Caro Diario,                                                                                                                         27/03/2017

Mi chiamo Mohammed, ho 19 anni e vengo dalla Siria. Oggi voglio raccontarti la mia storia. In Siria a causa della guerra e dell’estrema povertà, io e moltissimi altri siamo scappati, attraversando il deserto per poi arrivare in Nord Africa. Moltissime persone che provenivano dal mio Paese e dall’Iraq sono morte nel deserto: mia madre e mio padre avevano già perso la vita, sono stati uccisi, quando ancora vivevamo a Damasco, dai miliziani. Io sono rimasto da solo con mio fratello Mohad che ha 8 anni.Varcato il confine con l’Africa, siamo andati in Libia dove ci hanno caricato su un barcone, dove entravano a malapena centoventi o centotrenta persone, ma noi eravamo minimo trecento. Alcune persone sono morte sul barcone a causa della mancanza di acqua, cibo e per le infezioni legate alle scarse condizioni igieniche. Una notte la barca ha battuto violentemente contro uno scoglio, si è aperta una grande falla dalla quale entrava acqua; cercavamo di chiudere quel buco senza riuscirci e pensavamo di essere spacciati. Dopo un’ora è arrivata una barca di soccorso dove tanti di noi riuscirono a salire, non tutti, solo la metà o poco più; altri erano rimasti sulla barca, io sono riuscito a salvarmi ma mio fratello è rimasto sul barcone e quella è stata l’ultima volta che sono riuscito a vederlo. A 3 anni dal naufragio e dalla scomparsa di mio fratello, io ho continuato a sperare che fosse ancora vivo. Mio fratello era l’unica persona che mi era rimasta, l’ultimo legame con il mio paese: mi ero ripromesso di proteggerlo e di non lasciarlo mai solo, invece quel giorno non ci sono riuscito. Quando ho compiuto 16 anni, sono scappato dal centro di accoglienza di Palermo dove mi avevano portato, perché dicevano che mi avrebbero trasferito in un centro di un’altra città. Non volevo spostarmi, era stato difficile ambientarmi, perciò sono scappato; vivevo per strada, avevo fatto molte amicizie con la gente del posto che mi ha aiutato moltissimo. Un giorno un amico mi ha detto che voleva aiutarmi a ritrovare mio fratello, perciò ci intrufolammo nel magazzino dove erano raccolti gli oggetti perduti, e poi ritrovati in mare, nel posto dove avevamo rischiato di affogare e dove avevo perso di vista mio fratello. Trovai un suo giocattolo, era rovinato, ma io sentivo che mio fratello era vivo. Nella stanza accanto c’erano i registri in cui erano indicati i nomi delle persone scampate al naufragio. Leggemmo il suo nome. Dopo mesi e mesi di ricerche, finalmente riuscii a ritrovarlo.

Adesso io e mio fratello cerchiamo di non pensare più a questa brutta storia e non ci separeremo più.

Adesso vado, devo andare a dormire

Ti saluto, Mohammed

Luca Pizzolito,II C

Alì e il suo passato

Dovevo scrivere un articolo sul viaggio dei tanti migranti che sbarcano in Sicilia, così ho pensato di andare in un centro di accoglienza per ascoltare le loro storie.

Arrivata lì, ho parlato con un ragazzo che si chiama Alì, ha 19 anni ed è qui ormai da un anno, mi ha raccontato che ha lasciato la Siria a 18 anni, raggiungendo l’Italia su barconi malandati, pagando di volta in volta somme altissime. Nel corso del viaggio si è dovuto fermare svariate volte per lavorare e guadagnare i soldi che gli mancavano per pagare i trafficanti.

Durante il tragitto ha dovuto superare molti pericoli ed è riuscito ad arrivare a Lampedusa solo grazie al soccorso dei mezzi italiani che hanno tratto in salvo e portato sulla costa i profughi.

Da piccolo aveva sempre vissuto in modo molto precario poiché mancavano i soldi, quando è scoppiata la guerra, lui e i suoi cari hanno rischiato più volte di morire.

Per guadagnare, i genitori dovevano lavorare 24 ore su 24 e, visto che lui doveva badare ai fratelli minori, non aveva una vita sociale, a differenza di noi che spesso, tendiamo a stare a casa e siamo invitati dai genitori ad uscire per stare in compagnia.

Grazie ai volontari della casa d’accoglienza ora può studiare, ha trovato un luogo dove stare e un lavoro da svolgere per potersi guadagnare da vivere, ogni mese manda una parte dei soldi guadagnati alla famiglia per aiutarla.

E’ riuscito ad integrarsi abbastanza bene ma, pur lavorando molto, ha pur sempre del tempo libero che trascorre, abbandonandosi alla malinconia e alla tristezza, perché, da un anno, non sente e non vede i suoi cari, rimasti in Siria, che non hanno né telefono né altro mezzo di comunicazione.

Pensando alla storia di Alì, mi sono commossa e ho riflettuto sul fatto che noi, a differenza sua, viviamo in buone condizioni e soprattutto possiamo sentire e vedere i nostri cari quando vogliamo.

Così, insieme alla casa che lo accoglie, abbiamo contattato un avvocato specializzato in Diritti Umani e abbiamo aiutato i suoi familiari a presentare la domanda di protezione internazionale, visto che avevano diritto all’asilo politico.

Non ci siamo arresi, nonostante le grandi difficoltà e alla fine i suoi familiari sono venuti in Italia. Al loro primo incontro abbiamo assistito anche io ed il personale e ci siamo commossi nel vedere una famiglia riabbracciarsi dopo molto tempo.

Chiara Di Marcantonio, II C

Emigrare per amore

Mio cugino si chiama Andrea, è nato a Taranto e ha vissuto lì per molti anni, fino a quando si è trasferito a Milano, per studiare “Relazioni interculturali” presso l’Università Bocconi. Dopo essersi laureato, ha trovato lavoro, sempre a Milano come capo del personale in una struttura di ricovero a lungodegenza per anziani e dopo un po’ di tempo ha vinto e frequentato un master in Australia per approfondire la lingua inglese, lì ha conosciuto Estina una ragazza coreana con cui si è fidanzato: ed ora iniziano i problemi…i suoi genitori non volevano che lui si fidanzasse con una donna coreana, preferivano un’italiana con cui credevano avrebbe avuto un futuro migliore.

Con il passare del tempo, i genitori di Andrea hanno accettato Estina come membro della famiglia, facendo la scelta migliore per loro figlio. Estina intanto era ritornata a Milano per finire gli studi, erano fidanzati e volevano giustamente andare a vivere insieme, non potevano né trasferirsi a Taranto, perché risultava difficile trovare lavoro, né tanto meno decidere di restare a Milano perché le loro condizioni economiche e lavorative non erano abbastanza solide da consentire la permanenza in una città il cui tenore di vita è molto elevato.

Allora pensarono di trasferirsi in Corea del Nord dove vivevano i genitori di Estina: decisero di restare lì, di sposarsi ed avere dei figli. I genitori di Andrea all’inizio non erano d’accordo ma poi accettarono la loro scelta, dopo aver conosciuto i futuri suoceri. Il matrimonio si celebrò due volte: prima in Corea e poi in Italia.

Dopo il matrimonio, una volta in Corea del Nord, Andrea doveva trovare un lavoro. Lo aiutarono i genitori di Estina che gli affidarono un lavoro in un punto di ristorazione, di loro proprietà, vicino ad un lago dove si svolgono le gare di canoa. Durante la giornata la gente prima va in canoa e poi va a mangiare in uno di quei ristoranti per recuperare le energie.

Andrea allora ha un’idea: decide di importare i vini di Manduria, che è un paese in Puglia non lontano da Taranto, il suo paese di origine. E’ stato come ricongiungersi con le proprie radici. Quest’anno a gennaio è nata loro figlia Michela, chiamata così in onore del padre di Andrea che si chiama Michele: per noi questo è il segno dell’unione fra il genitore e il figlio. Intanto Andrea ha trovato un altro lavoro come responsabile del personale di un’azienda che ha contatti commerciali con l’Europa.

Ora sono due anni che Andrea non viene in Italia ed i suoi genitori presto partiranno per andare a trovarlo e partecipare al battesimo di Michela.

Maria Lavinia Favilla, II C

Cercasi Libertà

Migranti: cacciatori di sogni che lasciano il proprio paese in cerca di maggior benessere economico, sociale o di conoscenza. La migrazione è un fenomeno sempre esistito, che ha caratterizzato tutto il mondo e continuerà a farlo per sempre. Non bisogna infatti pensare che le migrazioni riguardino solo gente disperata che proviene dai paesi in guerra o in via di sviluppo. Chiunque può avere la necessità di lasciare il proprio Paese: i giovani che hanno studiato, per intenderci, quelli che hanno una Laurea e un Dottorato e cercano un lavoro o gli anziani con una pensione bassa, che non ce la fanno a vivere con quei soldi e quindi emigrano in paesi in cui il costo della vita è più basso.

Alira sarebbe stata una delle tante donne immigrate che vivono qui in Europa, se non fosse morta durante il viaggio dal Nord della Nigeria verso l’Italia. Nel 2012, infatti, è stata costretta a partire a causa della guerriglia e degli scontri che le hanno portato via gran parte della sua famiglia, infatti se soltanto si usciva di casa, si rischiava di essere uccisi. Contattò un trafficante che per € 520 avrebbe dovuta portarla fino in Libia su un camion, da lì avrebbe dovuto imbarcarsi su un barcone diretto verso le coste italiane. Quell’uomo non la portò però a destinazione ma soltanto al confine con il Paese. Lì fu rinchiusa insieme ad altre persone in una specie di prigione, dalla quale non potevano andare via, finché non avrebbero avuto i soldi necessari per continuare il percorso. Rimase in quel luogo per circa due mesi in condizioni penose: uno o due bicchieri d’ acqua e 50 g di riso al giorno, talvolta quelle guardie crudeli picchiavano o uccidevano qualcuno che si lamentava o si ribellava per quelle terribili condizioni.

Arrivati i soldi, Alira ed altri uomini, donne e bambini risalirono su quel vecchio furgone d’acciaio, per ripartire. Era estate, lì dentro faceva caldissimo e per questo, di volta in volta, c’era sempre qualcuno che sveniva o si sentiva male. Alle soglie del Deserto si fermarono per la seconda volta in un altro centro di accoglienza che sembrava una prigione. Alira si sentiva persa, le mancava la sua famiglia e si sentiva umiliata dalle continue offese di quei trafficanti senza scrupolo. Dopo circa un mese, Alira ripartì da quel posto su una Jeep su cui salirono in tantissimi, furono ammucchiati nella parte scoperta del veicolo, molti morirono nel tragitto, date le condizioni pessime, altri caddero dalla macchina e non furono più “ripescati”. Il viaggio durò una settimana, notte e giorno ad eccezione di brevi pause. Ai confini con la Libia i trafficanti li “abbandonarono” e i sopravvissuti dovettero proseguire a piedi, vennero fermati dalla polizia libica, alcuni di loro corruppero le guardie per passare, altri furono arrestati e mandati in prigione.

Alira insieme ad altre 15 ragazze fu portata da una donna in un appartamento nel quale visse di nascosto, nell’attesa di racimolare i soldi necessari per pagare il viaggio su una vecchia imbarcazione abusiva guidata dai trafficanti.

Dopo circa 3 mesi, Alira riuscì a procurarsi il denaro necessario per continuare il viaggio per          l’Italia. Una quindicina di giorni più tardi, salì su un gommone e partì, lasciandosi alle spalle il suo passato. A poche miglia dalla costa italiana, i trafficanti buttarono in mare tutti i viaggiatori. Molti, tra cui la stessa Alira, morirono. Sopravvissero in pochissimi. Questa non è solo la storia di Alira ma quella di tanti migranti che ogni giorno attraversano il Deserto e il Mediterraneo, sognando una vita migliore.

Finalmente libera

Finalmente libera, libera come non lo sono mai stata.

Sono Ana e sono andata via dal mio paese in cerca di una vita dignitosa. Non ho mai vissuto veramente. Noi donne siamo obbligate in alcuni luoghi a rispettare alcune leggi assurde per non rischiare di morire. Sono nata in Siria, ad Hana, il mio paese è in guerra da anni. Non ho mai conosciuto mia madre perché è morta poco dopo la mia nascita, non c’è l’ha fatta a superare il parto. Io sono cresciuta con mio padre e mio fratello maggiore Alí in una piccola casina. Dormiamo tutti in una piccolissima stanza dove ci sono solamente tre materassini. Durante la notte è frequente sentire spari, bambini e mamme che piangono e grandi botti!
Di giorno le macchine dei soldati corrono a tutta velocità per le strade della città e alzano così tanta polvere che non si respira. Siamo costrette a portare il burqa e i guanti lunghi: non dobbiamo essere vistose. Veniamo controllate. Non possiamo andare in giro con le amiche e soprattutto con gli amici maschi ma solo con nostro padre o fratello.

Quando ho compiuto 10 anni, mio padre mi ha regalato una radiolina con cui potevo ascoltare la musica e ballare, ballare e ballare: l’ unica cosa che mi fa sentire libera. Qualche mese dopo è stato vietato di fare qualsiasi attività come: correre, giocare, e anche danzare. La mia vita ha preso una brutta piega da quel giorno.
Ero tristissima e volevo scappare. Tre anni dopo mentre mio padre era al mercato, è scoppiata una bomba e lui ha perso l’uso delle gambe. La presenza di mio fratello in casa è venuta a mancare, è entrato a far parte dell’esercito e non è più rientrato a casa, non abbiamo saputo più nulla di lui.
A 14 anni ho incontrato Nassir e a 16 anni ci siamo sposati. Siamo andati a convivere per 5 anni, ma poi Nassir è dovuto partire senza lasciare spiegazioni. Da una parte sono stata felice, mi trattava male, mi picchiava e non mi faceva uscire di casa. Mio padre se ne è andato 2 anni dopo per una brutta malattia. Ai funerali eravamo solo in 4: io, Alí, mia zia Fatima e mia cugina Abir. Ho vissuto da sola per 3 anni fino a quando ho deciso di andarmene via. Ho deciso di partire per provare ad attraversare il Mediterraneo e fuggire verso l’Europa.

Pochi giorni prima della partenza, mentre uscivo di casa per comprare un po’ di riso per la sera, mi sono trovata nel mezzo di una sparatoria. Ora ho 26 anni e non invecchierò più, neppure di un giorno: durante quella sparatoria mi hanno colpito e non c’è l’ho fatta. Ora qui su sto bene, non c’è la guerra e non sono obbligata ad indossare il Burqua e i guanti lunghi. Qui su posso ballare e ascoltare la mia radiolina. Sono insieme a i miei genitori e sono libera, proprio come volevo. Da qui su posso vedere tutto e aiutare le persone, perché in ogni cosa c’è una crepa ma è da lì che esce la luce.

Asia Pasquali, II C

La storia di mia sorella

È notte fonda ed io, dopo diversi mesi, ho trovato il coraggio di chiedere a mia sorella Abir di raccontarmi la storia della sua vita. Di soppiatto mi avvicino alla sua stanza, cercando di non fare il minimo rumore. Arrivata, mi avvicino al letto e con voce soave le dico dolci parole per provare a svegliarla. Con la mano che trema ed è gelida dal timore di affrontare argomenti non adeguati, le accarezzo i capelli e la sveglio. Subito si gira, anche un po’ impaurita e mi dice : << Cosa ci fai qui, vai subito a letto, prima che ti scopra mamma!>>. Senza aspettare le dissi << Voglio conoscere la storia delle tua vita. Ti va di raccontarmela?>>. Lei arrossì e balbettando un pochino disse di sì e cominciò a raccontare: << Un giorno in piena estate mentre giocavo assieme ai miei amici con una palla trovata per strada, arrivò mia madre insieme ad una giovane donna. Io non mi affrettai a chiedere chi fosse e restai a giocare, finché mamma non mi chiese di salutarla. Non conoscendola mi limitai ad una stretta di mano, che venne ricambiata con un grosso sorriso. Tornammo insieme a casa, e dopo esserci sedute, lei e mamma cominciarono a parlare di un viaggio, non so quale fosse la meta, né quando fosse previsto, ma sapevo per certo che quell’ idea rendeva felice mamma. Quando se ne andò, andammo a letto tutti insieme. La mattina seguente mamma, dopo avermi svegliata, mi raccontò del viaggio che avremmo dovuto fare. Mi disse che avremmo avuto la possibilità di avere una vita più felice, senza problemi, e che saremo partiti la mattina dopo. Io ero pronta e non vedevo l’ora, anche se ero consapevole che avrei lasciato i miei amici senza rivederli più e che avremmo corso molti rischi. Prendemmo le poche cose che avevamo e ci avviammo. Arrivati nel punto di ritrovo ci rendemmo conto di quante persone fossimo e che sicuramente avremmo conosciuto molta gente. Arrivò un grossa macchinona dove caricarono prima i nostri pochi oggetti personali e dove poi salimmo noi. Fu un lungo e faticoso viaggio. Restammo su quella vecchia macchinona per circa 5 giorni, affamati (poiché il cibo scarseggiava, ci nutrivamo solo di frutta marcia), e soffocati dal calore che ci faceva star male. Dopo i 5 giorni più brutti della mia vita, arrivammo nei pressi di un fiumiciattolo che sboccava nel mare, c’era un imbarcazione molto sporca, vecchia e rovinata che avrebbe accolto tutti. I giorni che abbiamo passato in mare non so quanti siano stati, ma so che sono stati tremendi da affrontare. Molta gente morì durante la traversata, tra questi alcuni amici, conosciuti in viaggio, e soprattutto i miei genitori -una lacrima le sfiorò le guance rosse- il cibo e l’acqua cominciavano a non bastare più. Quando la costa diventò visibile, ci lasciarono in mare e nuotammo fino al porto di Pozzallo, dove ci accolsero con coperte calde. Presero le nostre impronte digitali, ci identificarono e ci mandarono in stanze piccole e cupe insieme ad altra gente. Ci dissero che saremmo rimasti lì per poco, ma invece passarono 2 anni prima che qualcuno venisse a portarmi via. Ogni giorno fare sempre le stesse cose nel centro di accoglienza ci annoiava e gli ultimi mesi sono stati i peggiori. Tante famiglie hanno provato ad adottarmi, ma poi andavano sempre via lasciandomi là, finché non siete arrivati voi. Nonostante io abbia sofferto non mi posso lamentare, perché sono ancora qui, ho voi che mi amate tanto, ma soprattutto sono viva, diversamente da tante persone che hanno perso la vita. È stata un esperienza dolorosissima e faticosa, che spero di non dover rivivere mai>>.

Solo adesso mi rendo conto di che persona coraggiosa sia mia sorella, e di quanta forza abbia di andare avanti. Ha sofferto molto e voglio farle vivere momenti indimenticabili, voglio darle quel bene che le è mancato dopo la perdita dei suoi familiari. Quella sera le diedi un bacio sulla guancia e tornammo a dormire.

Ambra Gabbiati, II C

Report del progetto sull’immigrazione con Francesco Natale

Quest’anno abbiamo fatto un progetto sui migranti con un fotografo di nome Francesco, ci siamo presentati e abbiamo fatto un gioco con dei cappelli diversi, li dovevamo indossare e dire i pro e i contro delle migrazioni. Abbiamo fatto un cartellone sul quale abbiamo attaccato a rotazione, foto di immigrati e del loro viaggio, Francesco ci ha fatto vedere delle foto da lui scattate in una tendopoli in Calabria, per poi chiederci cosa ne pensavamo. Nel secondo incontro ci ha chiesto di dividerci in tre gruppi, in base alle caratteristiche che riteniamo importanti per costruire un’accoglienza positiva. Rispettivamente: Uguaglianza, Rispetto, Cordialità.
Poi ognuno ha motivato la sua scelta. La Prof. ci ha detto di portare delle foto e un testo su una persona che ha lasciato il suo paese o un’altra città italiana per venire a Roma. Quasi tutti hanno portato delle foto, le hanno fatte vedere e abbiamo scoperto che molti dei nostri, genitori, parenti, amici sono immigrati. Interni o Esterni.
Manuel Mezzanotte, II C
Negli ultimi anni l’immigrazione verso l’Italia si è intensificata moltissimo, ovviamente, non solo per questo motivo, a scuola ne discutiamo tanto e facciamo dei progetti sull’argomento. È bello che delle persone per far capire che siamo tutti uguali vadano gratuitamente nelle scuole spiegandolo in modo giocoso a dei ragazzini. Mi piace anche il fatto che la preside e professori approvino questo tipi di progetti. Per farci riflettere sull’immigrazione è venuto due volte Francesco: un fotografo. Nel primo incontro c’erano due cappelli ad attenderci sulla sedia su cui ci siamo accomodati: uno colorato e uno nero. Se mettevi in testa quello colorato, dovevi esprimere i pregiudizi e le cose negative sull”immigrazione, invece con quello nero dovevi dire le cose positive.
In un secondo momento Francesco ci ha fatto vedere dei video utili per capire le tappe del viaggio e dell’arrivo dei migranti. Infine abbiamo raccontato su un cartellone (story board) l’itinerario compiuto dai migranti. Il fotografo ci ha detto di portare per il secondo incontro un piccolo progetto fotografico sul viaggio di una persona che ha lasciato il proprio paese per costruirsi una vita migliore. Così ho fatto e ho raccontato la storia di mia madre che dalla Francia e dopo dei lunghi spostamenti oggi vive a Roma e la storia di un uomo immigrato che viene sfruttato dal suo datore di lavoro che possiede una pompa di benzina.
Poi ci siamo divisi in tre gruppi ispirati all’uguaglianza, al rispetto e alla cordialità. Potevi andare nel gruppo che secondo te era il più importante, io ad esempio sono andata in quello dell’uguaglianza. Forse ci sarà anche un altro incontro e spero che sarà bello come i primi due.

Alessia Belluardo, 2 C

Ultimamente, noi ragazzi della 2c e della 2b abbiamo lavorato ad un progetto sull’immigrazione con Francesco, un ottimo fotografo, e ho avuto quindi la possibilità di capire un po’ più  a fondo la vita di lascia il proprio Paese per venire in Italia. Il progetto si è articolato in  due incontri. Il primo giorno ci siamo presentati con un giro di nomi, poi il fotografo ci ha fatto indossare un cappello e fatto dire le cose positive che pensavamo sugli immigrati, poi il cappello è stato cambiato con un altro e, con questo indosso, dovevamo esprimere ciò che pensavamo di negativo.

Sono venute fuori tante parole che in qualche modo mi hanno spinto a riflettere di più su ciò che queste persone vivono quotidianamente. Rotto il ghiaccio, abbiamo costruito un grande cartellone che la 2b ha tenuto in classe. Su di esso abbiamo trascritto le nostre risposte alle domande del fotografo tipo: “DOVE?” “QUANDO?” “PERCHE’?” “CHI?”, poi abbiamo arricchito lo storyboard con delle foto, relative le diverse tappe del viaggio dei migranti attraverso il deserto e il Mediterraneo, realizzate da fotografi famosi. Infine abbiamo scritto la “ricetta” per vivere bene e per mescolarci con chi arriva da lontano.

 Scaduto il tempo del primo incontro siamo tornati in classe con un compito importante da svolgere, datoci da Francesco, ovvero scattare foto a oggetti, luoghi o persone che avessero a che fare col tema delle migrazioni per presentarli al secondo incontro.
Passate due settimane, è arrivato così il tanto atteso momento di presentare i lavori e più o meno tutti siamo riusciti a far vedere ciò che avevamo fatto:  alcuni hanno portato foto di parenti che vengono da Paesi diversi,altri hanno scattato foto a  persone per strada e altri ancora ad oggetti che appartenevano a delle persone immigrate da altre città d’Italia o del resto del mondo.

Al termine di questo lavoro ci siamo divisi in coppie scegliendo tre parole che secondo noi servivano a rendere il mondo senza razzismo o altro, poi dovevamo unirci ad un’altra coppia e scegliere nuovamente altre tre parole, unirci ad altri quattro e così via. Alla fine ci siamo uniti tutti ed abbiamo scelto le tre parole finali alla base di un’accoglienza positiva: UGUAGLIANZA, RISPETTO e CORDIALITA’.Infine ci siamo salutati ed abbiamo continuato le nostre lezioni.

Elena Sofia Ortolani 2 C

Circa una settimana fa la nostra professoressa di italiano ha organizzato un incontro con un fotografo originario di Caserta, ma residente a Roma. Per fare questo progetto siamo dovuti andare in un’altra classe e, appena arrivati , il fotografo ha detto di chiamarsi Francesco Natale e ci ha fatto fare un gioco. Dovevamo farlo con due cappelli di due colori diversi, uno era nero e l’altro era tutto colorato e, a seconda del cappello, ogni ragazzo doveva esprimere un pensiero negativo o positivo sulle immigrazioni.

Se indossavano il cappello nero dovevano esprimere uno dei pregiudizi più diffusi verso i migranti, mentre se indossavano quello colorato, dovevano dire qualcosa di positivo.     Il fotografo ci ha poi mostrato delle foto che riguardavano il percorso che i migranti fanno per arrivare in Italia. Loro affrontano viaggi molto lunghi e pericolosi e, poiché molto spesso l’acqua e il cibo finiscono, molti muoiono durante la tratta. La foto che mi ha colpito maggiormente è stata quella in cui era raffigurato un furgone pienissimo di persone, circa 100, che dovevano percorrere il deserto tutti ammassati. Insieme a lui abbiamo creato un cartellone storyboard, inserendo alcune foto delle tappe compiute dai migranti. Lui ci ha fatto anche vedere un video dove comparivano i luoghi in cui i migranti alloggiavano, ovvero i centri di accoglienza in Libia dove stazionano per molti mesi prima di imbarcarsi nelle barche dei trafficanti di vite. Loro mangiano, dormono e spesso, dal momento che non c’è abbastanza posto, si accampano anche nei campi da gioco e in altri spazi esterni.

Nel secondo incontro alcuni studenti hanno portato delle foto di profughi che, purtroppo, non sono solo persone sconosciute che vengono dall’ Africa e dal Medio Oriente, ma anche nostri familiari e amici. Persino il fotografo è un immigrato, perché è nato a Caserta ma è residente a Roma. Molti hanno portato delle foto dei loro genitori, dei nonni, degli zii, e hanno un po’ parlato della loro vita.

Infine abbiamo fatto un gioco nel quale la stanza era divisa in tre parti: quella dell’UGUAGLIANZA, quella della CORDIALITÀ e quella del RISPETTO e ogni parte aveva un nome. Noi dovevamo andare nella parte che preferivamo e che ci sembrava giusta. Io mi sono inserito nel gruppo del rispetto, perché ognuno di noi deve essere rispettato, dal momento che siamo tutti uguali indipendentemente dal colore della pelle e dalla lingua. La cosa che mi ha fatto divertire è stato che quando facevamo confusione lui per richiamarci diceva: “Uè Uè Uè” e noi iniziavamo a ridere.

A me questa esperienza è piaciuta molto e la rifarei volentieri, perché ho fatto una cosa diversa ed ho capito che le persone immigrate non sono cattive, ma scappano dal loro paese per cercare una vita migliore e noi dobbiamo aiutarli.

Andrea Muscolo 2 C

Con la professoressa abbiamo intrapreso un progetto dedicato alle migrazioni,così un giorno abbiamo incontrato un ragazzo di nome Francesco e, durante la prima lezione, come prima cosa, ci siamo presentati dicendo il nostro nome, poi abbiamo fatto un gioco con due cappelli: dovevamo indossare un cappello colorato per dire delle cose positive e un altro cappello per esprimere cose negative sull’immigrazione.

Abbiamo alla fine compilato uno striscione-storyboard dove c’erano delle domande (ad esempio” perché le persone emigrano? ”) e delle risposte alle domande. Infine, ognuno di noi, uno per volta ha scritto un pensiero per migliorare l’integrazione. Durante il secondo incontro, invece, abbiamo formato dei micro gruppi fino a diventare un unico grande gruppo.

Alla fine abbiamo stabilito tra le tante parole da noi pronunciate che quelle chiave, per realizzare un’accoglienza salda e ben costruita sono: Cordialità, Uguaglianza e Rispetto.

Ci siamo divisi e ognuno di noi si è messo nel gruppo della parola che riteneva più importante, infine, ciascuno di noi ha mostrato agli altri le foto che aveva scattato sulle migrazioni, spiegando la storia e il motivo per il quale aveva realizzato il proprio progetto.

Chiara Di Marcantonio 2 C

A marzo abbiamo partecipato ad un incontro con un fotografo di nome Francesco. Con lui, nella prima lezione, abbiamo fatto un gioco, che consisteva nell’indossare due cappelli diversi, ad esempio, mettendo quello colorato dovevamo esprimere pensieri positivi sui migranti, indossando quello nero, pensieri negativi e pregiudizi diffusi in Italia. Poi abbiamo fatto un cartellone attaccando foto e rispondendo anche alle domande. Infine ci ha fatto vedere delle foto riguardanti i flussi migratori, scattate da grandi fotografi. Il secondo giorno invece, abbiamo parlato sempre di chi migra da un paese ad un altro, però dovevamo anche portare delle foto come compito. Queste foto dovevano rappresentare una persona che conosciamo, che ha lasciato il suo paese per venire a Roma. Infine abbiamo visto due video sui migranti e, dopo aver riflettuto assieme sulle caratteristiche di un’accoglienza positiva, ci siamo salutati.
GIORGIA LEGGIERI  2c 

Incendio a Centocelle

ROGO DOLOSO: ORIGINE RAZZIALE O REGOLAMENTO DI CONTI?

ROGO

Il 10 maggio a Roma, in zona centocelle, è stato appiccato un incendio in un camper dove viveva una famiglia rom. A rimetterci la vita sono state tre sorelle di 4, 8 e 20 anni. I genitori e gli altri fratelli delle ragazze sono riusciti a salvarsi grazie all’ intervento dei vigili del fuoco, arrivati sul luogo quasi immediatamente. La scientifica sta ancora lavorando sulle cause dell’incendio, fino ad ora è stato trovato solo un liquido infiammabile all’ esterno del camper, saranno le autopsie dei corpi a determinare le vere motivazioni. Il colpevole di questo fatto è ancora sconosciuto. Il capo dello stato Mattarella ha affermato “Chiunque sia stato è un crimine orrendo. Quando si arriva a uccidere i bambini si e al disotto del genere umano, bisogna trovare i colpevoli e condannarli severamente”.

Gioia Lo Presti, 2C

Copia del Little Kadogo di Chéri Samba

Chéri Samba (Kinto M’Vuila, 1956) è un artista e pittore della Repubblica Democratica del Congo.È uno degli artisti contemporanei più noti al mondo, i suoi lavori sono esposti nel Centre Pompidou di Parigi e nel Museum of Modern Art di New York. Le sue opere includono testi in francese e in lingala e raccontano principalmente la vita in Africa.
I suoi quadri rappresentano diversi e contrastanti aspetti della cultura africana: i costumi, la vita quotidiana, la corruzione politica, il dramma dell’aids, i bambini-soldato, le leggende popolari.
Il suo stile è giocoso e sarcastico, altre volte drammatico, nel caso l’obiettivo dell’opera sia la denuncia di una realtà complicata. Chéri Samba oggi vive tra Kinshasa e Parigi.

guerrigliero bambino
Ambra Gabbiati, II C

La Vita di un Profugo

Son gocce dentro al mare.
I sorsi più salati
li voglio dedicare
a quelli mai arrivati.
Al bimbo che cercava
un posto per studiare,
all’uomo che sognava
un luogo per campare.
Piango per 700,
per 7 o 7000
piango per ogni uomo
stipato in quella fila
di volti mortoriali
di corpi ormai perduti
di sogni naufragati
di figli sconosciuti.
Piango per il più orrendo
di tutti i bastimenti;
un barcone tremendo
di compaesani deficienti
perchè chi si spera
anche dalla pietà
mi sta rubando anche l’aria
e non lo voglio qua.
Portatemelo via
in Libia o in Tunisia,
costretto su un barcone.
In gita in mare aperto
o a spasso nel deserto
di giorno, e notte e giorno
col dubbio del ritorno.
Adesso chiedo scusa
dei versi esagerati
ma non mi sembra un merito
se è qui che siamo nati.
O forse ve l’ho detto
sommersa dal disagio
di constatore l’uomo
perduto nel naufragio.
Scartare la paura
affondare l’odio.
Rifiutare la paura
bombardare l’odio.
Fermare la paura.
Navigare l’odio.
Annicchilire la paura.
Trasformare l’odio.

ELENA BUCCOLIERO

La filastrocca di Elena Buccoliero mi ha colpito molto.
Questa filastrocca riesce a spiegare la vita di un profugo.
Parla di quanto sia difficile dover vedere dei barconi nel mare e camion nel deserto, pieni di bambini senza genitori, disperati…
Parla dei loro viaggi, in cui rischiano la vita,abbandonando la loro patria.
E del fatto che non venga loro concessa nemmeno un pò di pietà.
Dobbiamo accoglierli con Amore e Fraternità, ricordiamoci che siamo tutti uguali.
Diminuiamo l’odio.
AUMENTIAMO L’AMORE.
Leonardo e Andrea 2B

La frase : GO WITH ME (vieni con me) LAUGH WITH ME (ridi con me) LIVE WITH ME (vivi con me) FOREVER AND EVER (per sempre), è riferita a tutti gli immigrati perchè sappiano che noi saremo pronti ad accoglierli calorosamente, perchè qui nessuno è diverso!!IMG-20170508-WA0001.jpg

Andrea Lavelli 2 B

Quello dell’immigrazione è un argomento di cui si sente parlare molto. Sono tantissimi infatti i barconi carichi di migranti che partono dalla Libia per fuggire dalle guerre, sperando in un futuro migliore. A volte però i “viaggi di speranza” verso l’Italia e l’Europa si trasformano in tragedia, e purtroppo negli ultimi anni ci sono molti casi di naufragi nel Mediterraneo.

Giorgia 2bphotocollage_201758124611766

MUNTARI E CORI E FISCHI RAZZISTI

Screenshot_20170508-124222.jpgÈ appena passato il novantesimo. E c’è Muntari che si disinteressa della partita con il
risultato ancora in bilico. Il Cagliari è in vantaggio di un gol grazie alla rete di Joao Pedro
al 23’ del primo tempo. Ma il Pescara si sta giocando le ultime chance per il
pareggio. Muntari però non corre più: va a parlare con il quarto uomo prima. E poi con
l’arbitro. È nervoso, agitato. Quando poi il direttore di gara, stanco delle continue
lamentele, mostra il cartellino giallo lui non ce la fa più.
E si dirige verso il tunnel degli spogliatoi senza che nessuno lo abbia cacciato dal campo.
Insomma, abbandona il terreno di gioco volontariamente: la partita va avanti senza di lui.
La spiegazione di quanto è successo la dà il suo allenatore Zdenek Zeman in sala stampa.
«Muntari ha sentito cori razzisti e ha chiesto di intervenire», racconta il tecnico boemo
che poi commenta: «Facciamo sempre tante chiacchiere e poi ci si passa sopra».
Tutto lo stadio in effetti, negli ultimi minuti della sfida, ha passato il tempo non a
guardare la palla ma a seguire le mosse dell’ex giocatore di Inter e Milan. Tutto potrebbe
essere nato da un incontro ravvicinato tra giocatore e tifosi durante un’azione dei
rossoblù. Muntari sullo slancio è finito dentro la porta a pochi metri da un gruppetto di
supporter. Da quel momento in poi il giocatore è una furia. Nella curva nord del Sant’Elia
– va ricordato – da tre settimane non ci sono nemmeno gli ultrà del Cagliari che da un pò
di tempo disertano il settore per protesta dopo i provvedimenti della Prefettura in seguito
agli scontri avvenuti a Sassari un mese fa. La partita finisce. Salvezza matematica per il
Cagliari. Ma a fine gara tutti parlano della rivolta di Muntari.
Muntari: «Cori contro di me fin da subito»
«Facevano i cori contro di me da subito, nel primo tempo ho visto che nel gruppetto
c’erano dei bambini e allora mi sono rivolto ai genitori e ho dato loro la mia maglia, per
dare l’esempio. Poi in curva la cosa è continuata con un altro gruppo di tifosi: io stavo
ragionando con loro, ma l’arbitro mi ha detto che dovevo lasciare perdere. E lì mi sono
arrabbiato. Perché anzichè fermare la partita se l’è presa con me?». Così Muntari al
termine della partita Cagliari-Pescara commentando la decisione di abbandonare il
campo. «I tifosi hanno sbagliato ma l’arbitro – ha chiarito il giocatore – doveva fare
qualcosa di diverso, non accusare me. Io non sono una vittima. Ma se si fermano le partite
sono convinto che queste cose non succederanno più».Infine muntari si è preso una
giornata di squalifica tutto per colpa dei tifosi sardiNon è la prima volta che i tifosi fanno
cori razzisti basta ricordare Keita in Lazio Sparta Praga o Koulibaly del Napoli infine Rudiger della Roma

Daniele Del Zoppo 2 B